Testimoniare il più possibile la propria esperienza per chi è appena tornato dal campo missionario è innanzitutto un’esigenza personale:

Non si riesce ad accettare che tutto ciò che si è visto non sia conosciuto dalla gente.

Durante l’anno ci impegniamo a fare testimonianze in scuole, parrocchie, circoli privati e altro ancora.

Raccontare le nostre esperienze ha per noi l’obbiettivo di educare ad uno stile di vita più sobrio e attento agli altri e invogliare i più grandi a mettersi in gioco e partire.

Se sei interessato ad una nostra testimonianza

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Riportiamo ora alcune testimonianze di ragazzi che hanno partecipato ai campi di missione in Sierra Leone.

Diario di viaggio dalla Sierra Leone, di Lorenzo - studente universitario in tirocinio, 2018

Qui sono le 21:04 e le zanzare come al solito banchettano sulle mie caviglie senza che io le abbia invitate, ma la mia pigrizia sommata al mio odio intrinseco per l'autan riducono drasticamente le mie contromisure che si limitano così a scalci equini e mosse di karate a vuoto.
La moglie di Dauda non sta bene, ha perso la testa in seguito a una malaria molto forte forse. Ora dice di vedere demoni in giro e parla poco. La prima volta che ho incontrato Kadiatu stava smontando da un okada (le moto di qui sono il principale mezzo di trasporto che sostituiscono in modo economico i nostri taxi) con Dauda junior di appena un anno e mezzo in braccio e Mariatu, la mia migliore sostenitrice del kindergarten, al lato della chiesa nel compound. Era domenica 25 verso le 11:00 e mi stavo dirigendo al junktion alla fine di Fofanah street per incontrare Ansu e andare a prendere un "Asta Di ferro/scalpello" progettata assieme per svuotare le canne di bambù e fare dei bastoni della pioggia. Kadiatu mi sembrava un po' triste e assente ma si è presentata e mi ha sorriso anche prima che me ne andassi.
Uscito dal compound ho incontrato Dauda in bicicletta che voleva raggiungere sua moglie perché diceva che voleva lasciarlo incolpandolo dell'incidente capitato a Mariatu il mese scorso, per il quale ha perso l'ultima falange del dito medio. Kadiatu aveva appena passato una settimana in ospedale e quello è stato il primo giorno di delirio. Ho detto a Dauda di pensare a sua moglie e di non preoccuparsi del lavoro, avremmo ripreso appena si sarebbe ripresa.
Hassan è nato nel 1964, è un uomo alto magro ma muscoloso, lavora sotto una bassa capanna di legni e foglie di palma dove forgia qualsiasi cosa gli si chieda di creare. È il fabbro (kabi in temne) non ché capo di Magdibo e tutti gli portano un grande rispetto, ci ha accolti sabato 24 per la prima volta verso le 12:00 quando io e Ansu siamo entrati per chiedergli di realizzare lo strano arnese. Ci ha risposto che lo avrebbe realizzato per il giorno dopo allora di pranzo per 30.000 leoni e così è stato.
Lavoro terminato, ieri Ansu ha svuotato anche le ultime canne di bambù tagliate con Alfred e il fratello di Abdul la settimana scorsa. Mi sento ancora un po' in colpa per aver tagliato il bambu ma comunque qua ne crescono tantissimi.
Che bella pianta che è il bambù, può crescere fino a quandici metri.
L'avocado che mi ha dato Alfred è maturato e domani mattina lo proveremo. Ho attaccato le lune al soffitto delle classi dopo avere inutilmente trasportate nel Kinder con l'aiuto di Andrew usando una scala di legni massicci inchiodati tra loro, alta dieci metri. Dopo diverse manovre per cercare di incastrarla in qualche modo nella prima aula l'ho lanciata nel cortile maledicdola assieme al suo creatore.
Ho impilato un banco alla cattedra e ho appeso la luna maledicendo anche me stesso per non averci pensato prima.
Le classi si stanno colorando molto con le creazioni che stiamo realizzando con i bambini. Ho finito il primo albero di Natale e ora ne voglio fare uno per classe. Oggi mentre segavo un asse di legno in cinque listarelle da 120cm x 3 tenendola ferma con una gamba (scena epica di Saw l'Enigmista) Issa RapKing si è gentilmente offerto di aiutarmi. Così in venti minuti abbiamo tagliato e piallato le assi per 2 alberi e io mi sono risparmiato un infarto.
Qui il caldo non perdona e quando lavoro solitamente finisco con tutti i vestiti zuppi di sudore.
RapKing è nato a Waterloo e vive al numero 22 di st Peter street, fa il Taylor per guadagnare soldi con cui aprirà un suo club di Rappers! Era molto felice di potermi aiutare.
Oggi è il compleanno di sorella Bernardette, compie 77 anni e cammina più veloce di me anche se è alta un metro e mezzo. È qui in Africa da quando aveva 30 anni, quindi dove ha passato la maggior parte della sua vita. L'altro giorno l'ho aiutata a inviare delle foto che ho scattato mentre teneva le sue lezioni di musica con i bambini a un suo amico Giapponese.
Qualche giorno fa ho mangiato per la prima volta le radici di cassava e yun. Qui di solito mangiamo le foglie (plazas).....

Una canzone allegra, semplice e bella come sono loro, di Carolina Campani, 2016

Ieri appena la campanella della sesta ora è suonata, siamo usciti con tutta la seconda A (40 ragazze e tre insegnanti) per far visita a una loro compagna che è ammalata ed è assente da tre settimane. Le ragazze erano molto contente di questa gita di classe, nel tragitto da scuola a casa di Bendu abbiamo preparato per lei una canzone molto semplice, allegra e bella..come sono loro! Quando siamo arrivate da lei, l’abbiamo trovata seduta su un grande materasso in giardino, perché non riesce a camminare. Abbiamo cantato e poi tutte le ragazze si sono sedute vicino a lei. Abbiamo pregato, prima preghiera cattolica e poi musulmana..e tutte le ragazze hanno pregato entrambe. Questa è un’altra cosa meravigliosa di qui..il rispetto e la naturalezza di una preghiera, che prescinde dalla religione, che sempre unisce e mai divide; ieri infatti la preghiera non era altro che esprimere un desiderio sincero e affidarlo a qualcosa di più grande. E il poterlo fare tutti insieme è stato meraviglioso perché quando la preghiera rimane un desiderio del cuore, allora la forza di farlo insieme è incredibile, e unisce i cuori. E io credo davvero che la preghiera sia questo, a prescindere da chi tu chiami Dio.
Poi le abbiamo dato un biglietto grande con scritto “WELL QUICK O” che in krio vuol dire guarisci presto. Ogni insegnante aveva firmato e tutte le ragazze della classe avevano fatto passare il figlio e avevano lasciato libero lo spazio del suo banco e quando le hanno dato il foglio le hanno spiegato perché: in quello spazio doveva firmare per promettere che sarebbe tornata a scuola, massimo lunedì prossimo! Poi le avevano preparato tanti bigliettini che ognuna le dava con un sussurro all’ orecchio e un sorriso commosso. È stato molto bello l’essere insieme, il modo in cui parlavano alla loro compagna, la festa che le hanno fatto e la tenerezza di queste ragazze. C’è molta solidarietà, molta empatia che viene forse da una sofferenza a cui sono tutti purtroppo molto abituati. Ma la loro forza e dignità è incredibile, anche in situazioni come questa, dove potrebbe essere facile scoraggiarsi o arrabbiarsi, (perché Bendu ha 16 anni e sta male e anche se la famiglia l’ha portata dall’unico cardiologo della Sierra Leone perché il problema sembra sia il cuore, lei sulle gambe gonfie che non la fanno camminare aveva impacchi di erbe locali…e ti potresti anche arrabbiare pensando che lei in Italia sarebbe in ospedale con una diagnosi e una cura) ma quello che rimane e quello che mi viene da dire che davvero c’era ieri, è la potenza della forza umana. A volte non è facile vedere e accettare che certe situazioni siano così, ma non c’è stato un momento ieri in cui mi sia sentita di lasciarmi scappare il sorriso. Perché quello che c’era non era solo una ragazza ammalata ma tutte le altre che con quella sensibilità che scoppia dentro, tipica forse di quell’età, insieme al calore e l’umanità di questo posto, fanno pensare che bisogna davvero guardare avanti e sempre con positività perché la bellezza sta nelle persone.

I vivi di Ebola, Carolina Campani, 2014

Ebola. No, non vuole essere un inizio ad effetto. Ma se leggete ebola, cosa vi viene in mente? Probabilmente tante immagini viste ai telegiornali in questi ultimi mesi, qualche titolo “Allarme. Caso di ebola negli Stati Uniti”, oppure il più recente caso di ebola in Spagna, e quindi quel “Primo caso di ebola in Europa” che vi avrà fatto provare un brivido di paura per un potenziale rischio. Oppure qualche falso allarme come un caso sospetto nelle marche o qualche discorso di un politico che vuole creare allarmismo solo per portare più persone a dire “allora basta immigrati in Italia”. Ecco, se quando avete letto la parola “ebola” nella vostra mente sono comparse immagini di aeroporti occidentali con squadre di 20 persone vestite come astronauti per via delle tute protettive… allora no, non sapete cos’è l’ebola.
Innanzitutto di ebola non si muore soltanto, ma di ebola si vive. E questo succede in Sierra Leone, uno dei paesi più colpiti dall’epidemia. E di questo voglio raccontare, perché io, grazie a un’esperienza missionaria di due mesi, quel paese l’ho conosciuto, abbracciato e amato. E perché solo raccontando di questo, riuscirete a capire cosa realmente sia questa malattia, a riconoscere ciò che fa paura. E non è la morte, non è quel caso che arriva in occidente, ma è la vita in quel paese.

La Sierra Leone è un piccolo paese dell’Africa occidentale, di cui si è sentito parlare per la sua guerra civile decennale. Commercio di diamanti, bambini soldato, amputazioni. È un paese che ha perso tutto quello che aveva, un paese che è stato distrutto dalla guerra, dagli interessi delle grande potenze, che da sempre, si sa, schiacciano i piccoli. Si sono fatti guerra tra loro, uccidendosi gli uni gli altri. I bambini venivano drogati e addestrati a sparare. Ma poi la guerra è finita, con un’amnistia nel 2001. E da quell’anno il paese ha iniziato a rialzarsi e a ricostruirsi una nuova vita, con il perdono, con gli orfani che vivevano insieme agli uccisori dei genitori. La Sierra Leone è uno dei paesi più poveri dell’Africa, ma chiunque torni da quel posto si porta a casa una ricchezza che farà fatica a raccontare. L’accoglienza della gente, la fratellanza, l’amore, il perdono, la fede forte, il vivere insieme, la gioia e il dolore condivisi. La vita nel suo significato più autentico. La Sierra Leone è la vittoria della vita su tutto. Ma ultimamente non è più così, ultimamente la Sierra Leone è stata sconfitta; non dalla malattia, non dalla povertà, ma dalla vita. Le scuole sono chiuse, la gente non esce dalle case, i mercati sono vuoti, non arriva cibo perché il paese è isolato, gli ospedali sono deserti, non c’è nemmeno più rispetto per i morti, che vengono lasciati ai lati delle strade. Sono vietati i momenti di aggregazione, quindi non vengono celebrate più messe: chiese e moschee sono deserte.

Provate a immaginare cosa significhi tutto questo. Svegliarsi domattina in un paese dove nulla funziona. Non si lavora, non si va a scuola, non c’è un ospedale o un medico a cui poter rivolgersi, non c’è cibo. Non c’è vita. Il governo sta prendendo misure per controllare l’epidemia, ci sono posti di blocco ovunque nelle strade, ed è ormai prassi che un sierra leonese, che prima non aveva mai visto in vita sua un termometro, venga fermato per strada, gli venga misurata la febbre, e, se la temperatura è alta, venga mandato a Kenema, un ospedale a sud del paese dove vengono indirizzati e trattati i casi di ebola. Ma ora la parola ‘’Kenema’’ per la gente della Sierra Leone significa “campo di concentramento”, significa andare a morire. E così le persone non vanno più negli ospedali, perché la febbre che può avere le cause più diverse, come malaria, tifo, colera, viene presa come sintomo di un ‘’caso sospetto’’, e quindi “Kenema”.

Non c’è quindi nessun punto d’appoggio, nessuna luce nel buio; non c’è più nel paese tutto quello che serviva per andare avanti. La gente non può più stare insieme; alla condivisione si è sostituito il terrore. I casi di ebola aumentano, ma le morti sono molto più numerose rispetto a questi casi, perché qualsiasi malattia uccide: la fame e le pessime condizioni igieniche rendono le persone più vulnerabili e malaria e tifo diventano mortali ancora più di prima.

Smettiamo di stupirci di fronte ai morti che aumentano, di sentirci in pericolo se una persona ha contratto l’ebola in Spagna o in America solo perché il nostro telegiornale manda immagini che colpiscono. Smettiamo di pensare che la morte sia l’unica conseguenza di questa epidemia. Pensiamo alla vita di quella gente, abbandonata, isolata e terrorizzata. Madre Teresa scriveva alla fine del suo “Inno alla vita”: “la vita è vita, difendila”.

Se non possiamo combattere la morte, se non possiamo creare un vaccino contro l’ebola, cerchiamo allora di difendere la vita. E in nessun posto come in Sierra Leone, la vita può vincere.

Cristo non si e’ fermato all’Ebola, Cecilia Rivoli, 2014

Deve essere una sorta di sindrome congenita ad ogni uomo quella del ritorno da un’esperienza forte. Ci si sente sempre un po’ la Compagnia dell’Anello di Tolkien che, dopo aver combattuto per tre interminabili libri una lotta contro ogni possibile creatura maligna, ritorna ai “famigliari panorami” della Contea, a cavallo, certa di essere accolta come una vera compagnia di eroi merita di essere accolta…e invece no. Per la Contea non sono niente di nuovo. Mentre loro cambiavano, la Contea è rimasta sempre la stessa, un covo di grezzoni che se ne stanno seduti nelle locande a finire birra, convinti che quello sia il massimo a cui possono aspirare e inconsapevolmente rassegnati ad una vita mediocre. Anche i nostri sedici Hobbit, appena tornati dalla Sierra Leone, non hanno avuto un’accoglienza da eroi. Esattamente come la Compagnia dell’Anello; ma tra di loro non c’era L’ebolas.

Proprio così, purtroppo sembra che nessuno di loro abbia contratto il virus più popular del momento. Dico purtroppo perché, anche questa volta, non c’è trippa per gatti. Niente scoop per un’altra settimana.

Per una volta sarà necessario ascoltare una storia vera. Una storia vissuta che neanche questi ragazzi sono in grado di raccontare; ci pensano i loro occhi a parlare. Perché in Africa funziona così: non si legge, non si scrive. Si trasmette. Ed è impossibile trasmettere per iscritto quello che hanno provato, quello che hanno capito. Perché la grammatica uccide tutto. Uccide la rabbia nei confronti di potenze straniere che vendono persone, istruzione, vite, speranze, passati, presenti, futuri in cambio di una miniera d’oro. Uccide il biasimo verso il modo subdolo e silenzioso con cui queste stesse potenze agiscono, riuscendo addirittura ad uscirne fuori come eroi e salvatori. Uccide lo sdegno verso studi finanziati per creare armi chimiche in laboratorio che prima o poi verranno sguinzagliate contro paesi indifesi che fa più comodo mantenere inermi e impauriti. Uccide l’insofferenza verso un sistema di comunicazione che filtra meno realtà di una favola, di un cartone animato, di un film. Uccide la voglia di provare a cambiare, di essere un esempio, di portare la propria testimonianza per aprire gli occhi un tantino di più a tutti quanti. Uccide il fascino di sentirsi più potenti proprio perché fuori dal potere.

Perché la storia dell’ebola, in fondo, non la saprà mai nessuno. Nemmeno loro. Per cui ė inutile chiedergliela. L’unica storia che si può raccontare ė che loro, l’ebola, l’hanno guarita: portando la loro speranza, la loro presenza quando tutti gli altri scappavano; rimanendo laggiù, quando tutti gli altri, comodi sul proprio divano, fingevano un interesse per un popolo che mai li avrebbe toccati, se non fosse stato per loro. Questi eroi hanno guarito l’ebola perché l’hanno contratta.

Ebbene sì, alla fine lo scoop c’è davvero. Questi sedici ragazzi hanno contratto una forma di ebola non ancora attestata fino adesso, più grave e di cui sarà difficile trovare l’antidoto: la Verità sull’ebola. Per cui che dire, ragazzi. È tempo di attaccarla a tutti coloro che son disposti ad abbracciarvi.

(E tu, Occidente, nel frattempo, non dimenticare chi tra i due mondi è il vero malato. Perché sappiamo benissimo quello che associazioni come “Sud chiama Nord” possono fare e continueranno a fare. Ma in te, Nord, chi ama il Sud?)

L’altra faccia dell’Africa, di Simone, Gruppo 2013

Africa: molto spesso sentendo anche solamente pronunciare questo nome, si tende inconsciamente ad associare l’immagine del continente africano con la natura incontaminata, la povertà, l’arretratezza e i governi instabili e corrotti che spesso cadono sotto il peso delle guerre civili. L’Africa è probabilmente tutto questo; ma è anche molto di più, ed è importante non estendere i vari stereotipi dello stato africano a tutto un continente incredibilmente vasto. La mia esperienza si è svolta a Lunsar, un piccolo paese di minatori in Sierra Leone, uno stato uscito ufficialmente nel 2002 da una delle guerre civili più crudeli degli ultimi vent’anni della quale tutto il paese porta ancora i segni, visibili nella mancanza di infrastrutture, distrutte interamente dai ribelli, e nella presenza dei mutilati, in particolare nella capitale Freetown.

La Sierra Leone è uno di quegli stati che incarna meglio i pregiudizi occidentali sul continente nero; nonostante ciò non voglio raccontare cose che si possono imparare da un libro o conoscere attraverso i giornali, voglio raccontare l’altra faccia del continente: fatta di bambini, di sorrisi, di persone che spendono la propria vita in aiuto degli altri e di rapporti tra le persone così intensi che viene da chiedersi se il nostro modello di società sia realmente il migliore possibile. Raccontare tutto questo non è facile, mi sembra quindi opportuno partire dall’inizio.

Ho preso la decisione di fare questo viaggio durante il mio ultimo anno di scuola, e come tutte le decisioni prese a diciotto anni, non ho realizzato bene sin da subito cosa significasse intraprendere un’esperienza come quella che mi aspettava; avendo poi deciso di partire con le Suore Missionarie Clarisse della parrocchia di Poviglio coordinate da Suor Veronica Paredes, ho dovuto confrontarmi con una vita di comunità che non avevo mai sperimentato prima e che penso mi abbia cambiato profondamente insegnandomi molto sul come rapportarmi con gli altri e sul come vivere nella solidarietà e il rispetto reciproco.

Io e i venti ragazzi circa che sono partiti con me, abbiamo alloggiato nel convento di Lunsar, gestito dalla madre Suor Elisa Padilla e altre consorelle: il nostro compito era quello di tenere lezione ai bambini nella Summer School gestita dalle suore, e di fare alcuni lavori di manutenzione nel pomeriggio all’interno della scuola superiore del complesso, divedendoci in turni per le pulizie e la preparazione della cena; durante il fine settimana invece, ci spostavamo nelle varie missioni potendo così visitare diversi zone del paese.

In posti come la Sierra Leone ci si stupisce un po’ di tutto: si possono osservare direttamente i danni fatti dal nostro mondo “civilizzato”, che sfrutta manodopera locale nelle miniere di ferro in cambio di salari da fame, si possono osservare persone che sembrano essere rimaste all’oscuro della tecnologia cercando di tirare avanti tutti i giorni con la forza del proprio lavoro manuale e allo stesso tempo vedere ragazzi giovani che passano tutto il giorno al cellulare o su Facebook pur non avendo l’elettricità in casa. Molte volte si è anche costretti a confrontarsi con persone, e il più delle volte bambini, che muoiono di malaria o che rompendosi una gamba sono costretti a farsela amputare a causa dello scarsa disponibilità di medicinali e attrezzature mediche presenti sul posto.

Insomma essendo abituati ad una società come la nostra il primo impatto con questa realtà potrebbe sembrare una discesa all’inferno, e così è stato anche per me.

Gradualmente ho però iniziato ad accorgermi, grazie ai bambini della mia classe, ai miei compagni di viaggio e alle sorelle, che sotto la tragedia esisteva qualcosa, che mi ha permesso di resistere per un mese in quel luogo e che non avevo mai sperimentato prima in maniera così forte. Probabilmente se dovessi definire questa cosa con una parola userei amore; ma non la parola amore di cui abusiamo tutti i giorni, ma qualcosa di più: l’affetto che non desidera niente in cambio e la fratellanza e la voglia di incontrarsi di due culture così lontane, che pur parlando lingue diverse avevano bisogno solo di un sorriso, o di un coro da stadio fatto ripetere ai bambini, per capirsi e rendersi conto della propria somiglianza in quanto esseri umani. Non voglio esagerare visto che la mia esperienza è durata un mese e può sembrare da ipocriti parlare così, ma piano piano mi sono reso conto di quante persone conoscevo e con cui in realtà non avevo mai stabilito un rapporto così forte, dove con tutte gli inconvenienti e la stanchezza del caso, si aveva sempre voglia di aiutarsi e di condividere.

Penso che la faccia dell’Africa che spesso non si conosce sia questa, quella, come ha detto un mio amico una sera durante un momento di condivisione, dove il più ignorante analfabeta sierraleonese che non riesce a curarsi un raffreddore non ha nulla da imparare sul come vivere e sul come essere felice, né dal più istruito dei professori universitari, né da tutta una società che riesce ad arrivare sulla luna ma si dimentica di conoscere e di amare i propri simili.

Dispiace ammetterlo, ma per certe cose gli “africani” siamo noi.

Cambiare di segno, di Carolina, Gruppo 2013

È difficile spiegare o anche solo raccontare cos’ho vissuto in questi ultimi due mesi. Stasera scelgo di provare a raccontare cosa ha significato in questo mio cammino per così dire, di fede.
Sono partita perche volevo fare la mia esperienza, purché volevo spingermi un po’ al limite, testare la tenuta del mio “sentirmi a posto con me stessa”. Era tutto un qualche cosa che riguardava me.
Il gruppo era un po’ la pecca dell’esperienza che stavo per fare, non sono mai stata il tipo a cui piace “fare gruppo”. E andare in un convento o comunque fare un’esperienza di tipo missionario era per me solo la forma di quello che stavo per fare, non certo il contenuto. Dopo due mesi posso dire che mi sbagliavo su tutta la linea.
I primi giorni, forse le prime settimane, sono state travolgenti. Nel mio diario ho scritto di aver provato l’emozione più bella, la meraviglia. E mi capitava di vivere emozioni e situazioni che non mi davano pace e succedeva che mi arrabbiassi con le cose (molte!) che non capivo.
E quando alla sera facevamo la condivisione partendo dal vangelo o arrivando al vangelo, spesso mi ritrovavo a pensare di essere fortunata, a non avere la fede.
Perché riuscivo ad avere mille domande e neanche una risposta. Soprattutto non quelle semplici e semplicistiche come “è l’amore di Dio. È la bellezza della vita perché dono di Dio ecc.” Mi piaceva pensare alle mille domande che mi facevo come ad una rete, intricata e saldata fortemente, che mi permetteva di trattenere tutto quello che vivevo. E rispondere ad una domanda era come sciogliere un nodo, rendere la rete meno fitta e lasciarsi scappare qualcosa.
Nel mio diario ho scritto che “a volte Dio mi sembra un ladro di meraviglia”, perché non solo si prende il merito di tutte le cose belle, ma lui stesso diventa anche la spiegazione di tutto quello che vivi e provi.
E nel momento in cui le spiego queste mille emozioni o anche solo gli do un nome, me ne sento privata. Perché le addomestico e non sono più così sconvolgenti come quando le ho provate. Per questo motivo ho sempre cercato di tenermi lontano da quella fede facile, quasi fosse un riflesso.
Non c’è stato un momento di svolta, nessuna rivelazione.
Ma stando là a contatto con la gente del posto e vivendo la vita di comunità, prima con il gruppo e poi con le sisters, mi sono ritrovata a ripensare le mie posizioni. E non posso dire di aver trovato Dio, ma posso dire di aver visto e sentito, forse anche sulla mia pelle, cos’è la fede. Nel LUMEN FIDEI Papa Francesco scrive: “Senza un amore che è degno di fiducia nulla potrebbe davvero tenere uomini e donne uniti. E l’unità tra gli uomini sarebbe concepibile solo sulle basi dell’utilità su un calcolo di interessi o sulla paura, non sulla semplice bellezza del vivere insieme non sulla gioia che la semplice presenza degli altri può dare. La fede è davvero un bene per tutti. È un dono comune.”
Io sono tornata e non posso dire di essere rimasta delle mie idee, perché là ho trovato una fede credibile, una fede vera, sofferta anche. E quello che tiene insieme tutto è proprio questo amore degno di fiducia, questo Dio credibile. E non mi sento privata di niente mi sento anzi arricchita della consapevolezza che la fede esiste. Ed è davvero un dono, davvero per tutti. Ha lo straordinario potere di unire le persone.
Ho poi capito che le persone sono importanti. E che condividere è la chiave per vivere al meglio questa esperienza. Ammettere che gli altri siano stati un valore aggiunto, non l’ha resa meno “mia”, anzi.
Concludo citando un mio professore di linguistica, il quale diceva che “un autentico percorso di crescita è un ritorno allo stesso, sei tu che hai cambiato di segno durante la fuga.” E credo sia un po’ la sintesi di questa mia riflessione. Sono partita “negativa” verso l’esperienza di gruppo e di fede. Ma sono tornata, e parlare del gruppo e della fede mi sembrava una scelta giusta, perché sono stati due aspetti che hanno caratterizzato la mia esperienza, e mi hanno fatto tornare davvero cambiata di segno.